
Premessa
Le caratteristiche pedoclimatiche ed orografiche della Campania, oltre a fare di essa una delle principali aree di produzione di frutta ed ortaggi per il consumo fresco, offrono un’importante base per lo sviluppo dell’industria di trasformazione di questi prodotti. A dimostrazione dell’importanza di tale settore per la regione basti pensare che la più alta concentrazione d’imprese operanti nella trasformazione dell’ortofrutta è proprio in Campania (20%), seguita dall’Emilia Romagna (13%) e dalla Puglia (10%), (ISTAT, 2001).
Anche la struttura produttiva frutticola, a livello di impianti
agronomici, è particolarmente concentrata in Campania (2° posto
dopo l’Emilia Romagna per la frutta fresca e prima in assoluto per la
produzione di frutta secca e in guscio). La filiera frutticola è piuttosto
complessa da analizzare in quanto ogni prodotto può essere considerato
sia un prodotto finito, destinato al mercato di consumo, che una materia prima
per l’industria
di trasformazione.
La frutticoltura in Campania rappresenta una parte
rilevante della produzione agricola totale: da sola essa ha realizzato nel
2001 circa 2.000 miliardi di produzione vendibile partecipando così alla
formazione della PLV dell’agricoltura regionale per il 19% circa (INEA,
2002).
Analizzando la struttura produttiva a livello provinciale si può affermare
che la più alta concentrazione di produzione
frutticola si trova nelle aree costiere e nelle pianure interne, soprattutto
nelle province di Caserta e Napoli seguite da Salerno. In particolare l’area
casertana presenta un alto grado di specializzazione colturale all’interno
del comparto, difatti la coltura del pesco copre da sola il 50% delle superfici
frutticole ed i primi tre prodotti ne coprono quasi il 75% (pesco, albicocco
e melo), mentre le altre province presentano un più basso grado di specializzazione,
con la coltura principale che ricopre poco più del 20% delle superfici
frutticole.
La maggiore concentrazione di produzioni frutticole protette
si trova nella provincia di Salerno con circa il 50% delle superfici di frutta
sotto serra.
Alcune colture frutticole rivestono un’importanza particolare
per la Campania, difatti, analizzando le produzioni delle singole colture nel
comparto della frutticoltura sul totale campano, si riscontra una netta prevalenza
delle pesche con circa il 35% e delle nocciole con il 9,5%. Come si evince
dai dati statistici relativi alle superfici investite, la frutticoltura campana
riguarda in modo particolare i comparti delle pesche e delle nocciole (rispettivamente
21 mila e 25 mila ettari circa); sono da evidenziare, inoltre, le albicocche
(5.500 ettari) che ancora rappresentano il 40% circa della PLV nazionale di
tale prodotto. Il melo è diffuso
su circa 5000 ha (con l’Annurca che da sola interessa il 70% di tale
superficie), seguono il ciliegio (4.500 ha), il susino (3.000 ha), il fico
(1.800 ha), il limone (1.500 ha), il pero (1.400 ha), il kiwi (1.200 ha) e
il kaki (1.000 ha).
Per quanto concerne le caratteristiche delle aziende che
operano nella produzione di frutta si può affermare che, in generale,
sono di piccole dimensioni e ad indirizzo misto. Soltanto nella provincia di
Caserta e Salerno si trovano anche aziende specializzate di medio/grandi dimensioni.
Il numero d’aziende che operano nel comparto frutticolo, sono circa 40
mila (ISTAT, 2003). L’andamento della frutticoltura nell’ultimo
decennio in Campania non è stato, però, particolarmente soddisfacente.
Si riscontra, infatti, una diminuzione costante della PLV. Questa riduzione
si spiega, soprattutto con la riduzione delle superfici investite che si sono
contratte di oltre il 30%. La flessione per le colture frutticole si spiega
in particolare con la perdita di competitività delle
produzioni regionali sul mercato nazionale ed internazionale. Gli imprenditori
agricoli, infatti, di fronte alla riduzione dei tassi di rendimento delle produzioni,
hanno reagito non solo riducendo le superfici destinate a tali colture ma anche
riducendo le cure colturali e gli investimenti produttivi di supporto. Per
contro, vi è da dire, che ciò ha fatto sì che
le aree meno vocate fossero quelle interessate a tale andamento flessivo delle
superfici, aumentando la specializzazione produttiva di altre aree più funzionali
alla frutticoltura di qualità. L’insufficienza del comparto frutticolo
in Campania è generata
anche dall’arretratezza e insufficiente presenza del sistema vivaistico
regionale. La mancanza di un’offerta vivaistica locale adeguata spinge
gli operatori ad effettuare gli acquisti di materiali (astoni, piante a gemma
dormiente, portinnesti, ecc.) presso società dell’Emilia Romagna
o della Puglia, con evidenti distorsioni agronomiche locali (ad esempio portinnesti
non idonei ai suoli presenti in regione, perdita di tipicità per utilizzo
di biotipi non autoctoni, possibilità di introduzione di nuovi patogeni,
ecc.).